Il Trono Di Spade 4x05 Homework

Game of Thrones è una serie davvero difficile da gestire: il materiale di partenza è estremamente vario e smisurato, e certe soluzioni considerate naturali in un libro possono risultare poco efficaci in un prodotto televisivo. 

Benioff e Weiss, quindi, hanno l’arduo compito di far funzionare una storia che non è mai stata pensata per il piccolo schermo e raggiungono i risultati migliori quando il passaggio avviene fluidamente, facendo dimenticare allo spettatore che quella che si sta guardando non è una fedele trasposizione, ma qualcosa di più.
Nel corso degli anni, tuttavia, i due creatori non sono sempre riusciti nel loro intento: ad alcuni episodi coinvolgenti e riusciti ne sono seguiti altri frammentari, inconcludenti e di impatto discutibile (si parla, in particolare, della terza annata, senza dubbio la meno riuscita), e la potenza della serie è stata talvolta relegata alla qualità delle svolte narrative scritte da Martin, che in questo senso non ha mai sbagliato un colpo. Game of Thrones, però, è stata capace di essere ben più di questo: First of His Name, nonostante i suoi difetti, ne è la prova, e fornisce gli spunti per una seconda metà di stagione all’altezza delle (già alte) aspettative.

You never love anything in the world the way you love your first child.

L’incoronazione di Tommen è la scena che apre la puntata, ma l’attenzione dello spettatore viene subito focalizzata su Cersei, la vera protagonista degli avvenimenti di King’s Landing: la preoccupazione verso il nuovo sovrano è alta e si realizza in un accordo pacifico con Margaery, l’unica donna che, proprio perché ha sempre rappresentato una minaccia per la madre di entrambi i re, è in grado di capire l’orrore e lo sconvolgimento di chi – più di tutti – era entrato in stretto contatto con Joffrey Baratheon. Il ragazzo – perché, sebbene pochi se lo ricordino, si parla pur sempre di un ragazzo – era un mostro, il peggior sovrano che chiunque avrebbe potuto immaginarsi, eppure Cersei non è mai riuscita ad odiarlo: il suo rapporto tormentato col figlio è completamente comprensibile e mostra come il legame familiare, che si realizza alla massima potenza nell’amore madre-figlio, sia qualcosa di irrazionale e potentissimo, in grado di spingere l’essere umano verso la negazione di se stesso. La Cersei Lannister che ci viene mostrata in questo episodio è una donna profondamente cambiata, quasi irriconoscibile nel suo comportamento: ha negato la sua pretesa di controllo su Tommen per garantirne la sicurezza, e ha negato il suo caratteristico orgoglio, chiedendo al principe Oberyn un favore per la figlia e cercando di persuadere il padre a proposito del processo.

I will do what queens do. I will rule.

La parte di Daenerys rappresenta un punto di svolta nella storyline del personaggio, poiché costituisce la presa di coscienza e la crescita di una donna che, nonostante la giovane età, si sta dimostrando sempre più adatta al suo difficile ruolo: quella che era un tempo una khaleesi sempre pronta a raccogliere soldati e a salpare per Westeros è diventata qualcosa di più, e si è resa conto di cosa significhi veramente regnare. Tuttavia, anche se la scena in cui tale scelta viene presa risulta ben gestita e costruita, rimane comunque la necessità di vedere di più: il problema delle scene di Daenerys a partire dalla seconda metà della scorsa stagione sta, infatti, nella mancanza di eventi profondamente significativi, in un percorso che, nella sua linearità e distanza dagli eventi degli altri personaggi, non riesce mai a convincere ed interessare del tutto. L’assaggio della possibilità di viaggiare verso occidente – per quanto quasi impossibile sotto il punto di vista della credibilità della storia – ha sottolineato la troppa staticità di una linea narrativa che ha decisamente bisogno di una scossa significativa.

The deed is done, faded into nothing. Only speaking of it can make it real.

Trovare un protagonista in Game of Thrones è sempre stata un’impresa impossibile, almeno a partire dalla seconda stagione: in una serie dove – nonostante la suddivisione in casate – non esistono linee e fazioni ben definite, infatti, è sempre stato arduo stabilire per chi parteggiare, e non c’è mai stata un’opinione unanime. Con questo episodio, tuttavia, il quadro della situazione si fa più chiaro grazie alla scoperta del vero protagonista del gioco da cui la serie prende il nome: si parla ovviamente di Petyr Baelish, l’uomo che, nell’arco di due episodi, si è dimostrato il vero burattinaio della Guerra dei Cinque Re, nonché il personaggio più pericoloso ed astuto della serie (spodestando Tywin Lannister, che rimane comunque in alto). La scoperta del suo coinvolgimento dell’omicidio di Jon Arryn, oltre a costituire una rivelazione di dimensioni non trascurabili, fornisce ulteriore spessore ad un personaggio già interessante, la cui scelta di sposare una donna dalla dubbia sanità mentale (come confermato in questa puntata) risulta ora perfettamente comprensibile.

I can’t sleep until I say the names.

L’odio, afferma il Mastino, può essere un buon motivo per spingere una persona ad andare avanti senza lasciarsi abbattere: questa è sempre stata la filosofia di Arya, una ragazzina distrutta dalla perdita, dal dolore e dalla lontananza dalla famiglia, che non può far altro che abbandonarsi alla violenza e alla vendetta. Tuttavia, fino ad ora la piccola Stark aveva sempre conservato una certa eleganza, una sorta di legame col passato che aveva la funzione di mantenere, almeno in parte, il suo equilibrio interiore: con First of His Name questo carattere giunge al suo inevitabile contrasto con la brutalità di Sandor Clegane, secondo cui, semplicemente, una big fucking sword costituisce la più grande delle minacce. Il suo breve scontro con Arya segna la parziale rottura dell’equilibrio che era riuscita a mantenere più o meno costantemente, e la conseguente caduta verso una condotta che non si preannuncia certo positiva e benevola. Nonostante l’importanza dei temi affrontati, comunque, anche questa storyline – come quella di Daenerys e quella di Podrick e Brienne – risulta leggermente forzata, se si considera la puntata nel suo insieme: il tutto, infatti, viene risolto in maniera sbrigativa e stona col resto dell’episodio, che viene, invece, costruito in maniera più curata ed efficiente.

We have to find it. You have to make it.

La famiglia di Ned Stark ha sempre costituito la maggiore fonte di dolore nella serie, che deve parte della sua qualità ad un insieme di personaggi – gli Stark, appunto – i quali, grazie ad una caratterizzazione quasi sempre riuscita e a dei rapporti sempre travagliati, non possono far altro che suscitare l’empatia dello spettatore. Ed è su questo che giocano gli ultimi 15 minuti della puntata, costruiti su una sequenza di scene che, oltre a risultare visivamente eccezionali, portano Jon e Bran a distanze irrisorie e tuttavia precludendo loro l’ennesima possibilità di incontrarsi una volta per tutte: il nucleo dell’episodio, infatti, non sta nel prevedibile tradimento di Locke o nell’altrettanto scontata (anche se estremamente soddisfacente e brutale) uccisione di Karl, ma nello sguardo del piccolo Stark quando si rende conto che il dovere gli impedisce di riunirsi col fratello che l’ha inconsciamente salvato; una scena che riprende, anche se in maniera meno tragica, lo struggimento di Arya nella fuga dai Frey, e che esprime allo stesso modo il dolore e la sofferenza di una famiglia che, nonostante le perdite, ha ancora la forza di andare avanti e conservare i suoi legami.

First of His Name, quindi, è un episodio che riassume perfettamente le qualità e i difetti della creatura di Benioff e Weiss: a parti frammentarie e leggermente forzate ne vengono alternate altre più valide, e i momenti in cui l’attenzione viene focalizzata su una singola parte risultano i più riusciti. In ogni caso, Game of Thrones prosegue su una strada che, nonostante abbia già svelato qualche trucco, sembra ancora riservarci delle belle sorprese.

Voto: 7 ½

Note:

-L’episodio (comeOathkeeper) è stato diretto da nientemeno che Michelle MacLaren, regista di alcuni tra gli episodi più riusciti di Breaking Bad (tra cui 4 Days Out, One Minute, Gliding Over All eTo’hajiilee); in effetti, nonostante siano assenti le particolarità tipiche della serie AMC (tra tutte, le riprese POV), la qualità la si vede eccome.

Я хочу сохранить это в тайне, - сказала. Но Хейл продолжал приближаться. Когда он был уже почти рядом, Сьюзан поняла, что должна действовать.

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